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Quest’oggi è doverosa qualche riflessione autocritica,
ovviamente in merito ai risultati elettorali di lunedì.
Tralasciamo ciò che ormai dev’essere considerato come scontato e cioè il
significato, chiaramente politico, dell’indicazione sostanzialmente
omogenea, in tutto il paese, di un voto chiaramente contrario al governo e
alla maggioranza che lo sostiene.
Semmai, qualche riflessione aggiuntiva andrebbe fatta circa la fallacia
delle valutazioni della vigilia elettorale circa la sostanziale stabilità
dell’elettorato rispetto alla scelta di campo che avrebbe comportato, come
unica forma di espressione di dissenso il non voto o l’adesione a posizioni
minoritarie collocate sul medesimo versante politico.
In realtà così non è stato, come è dimostrato sia dall’alta partecipazione
al voto, sia dalla sostanziale irrilevanza numerica, ai fini del risultato
finale, dei voti raccolti sia dalla Mussolini che dalla Dc: in realtà
abbiamo assistito ad un massiccio trasferimento di consensi da destra a
sinistra per un totale corrispondente a più di un milione di voti e ad
alcuni punti percentuali.
Certo, va sempre tenuto in considerazione il fatto che si tratta di elezioni
regionali e non politiche e che, regione per regione, ha contato anche il
diverso giudizio relativo dato dall’ elettorato sui governatori uscenti.
Ciò non toglie che, soprattutto alla parte sconfitta, spetta l’onere di non
sottrarsi ad un’ analisi impietosa delle ragioni che hanno portato a questo
pronunciamento degli elettori.
E’ di tutta evidenza, infatti, che il voto ha più il significato di un
giudizio negativo sulla Casa delle Libertà che non quella di un’ adesione e
di un giudizio positivo sulle posizioni dell’ Unione.
Avremo modo, nei prossimi giorni, di discutere in modo più approfondito
circa le ragioni di tale comportamento, ma è possibile, sin d’ora, formulare
una prima interpretazione complessiva.
Gli elettori hanno votato tenendo conto della loro percezione della
specifica situazione, soprattutto sociale ed economica, in cui si trovano ed
è ovvio che tale percezione, per ragioni oggettive, più che per
responsabilità soggettive del governo, è fortemente preoccupata e quindi, in
ultima analisi, negativa.
Di conseguenza, essi risultano scarsamente influenzabili da argomenti di
natura ideologica o meramente politici (del tipo di quelli relativi alla
minaccia di un predominio comunista), nonché dei meri richiami agli impegni
mantenuti: in tempi travagliati come quelli che viviamo, la comunità non
guarda tanto alle promesse, sia pure importanti, a suo tempo ricevute,
quanto all’ azione delle istituzioni per affrontare e risolvere i problemi a
cui si trova di fronte.
Ovviamente, in tale prospettiva, l’ impressione di una società politica
chiusa nella propria autoreferenzialità e vistosamente impegnata in una
sorta di campagna elettorale permanente suscita vistosa irritazione ed
ovviamente di tale irritazione è destinato a fare le spese soprattutto chi
ha le responsabilità di governo.
In tale contesto, non poteva che risultare come un fattore peggiorativo la
percezione di uno squilibrio dell’asse della maggioranza nei confronti della
forza che appariva più autoreferenziale ed egoisticamente proiettata a
difendere interessi parziali e di parte e cioè la Lega Nord.
Le conseguenze sono state quelle che i dati ci hanno consegnato: la Cdl ha
retto lì dove la Lega Nord ha mantenuto un insediamento consistente e cioè
nemmeno in tutto il settentrione ma solo in Lombardia e nel Veneto, ed è
stata vistosamente punita nel resto del Paese. Per di più essa farebbe bene
a non trascurare il campanello d’ allarme rappresentato dal successo, nel
Veneto, ottenuto dalla lista di Giorgio Panto. In questo contesto, diventa
facilmente spiegabile lo specifico insuccesso delle liste del socialismo
riformista che da un lato non sono ovviamente riuscite a trattenere nemmeno
una parte dei voti che lo tsunami politico ha spostato e dall’ altro hanno
dovuto addirittura, praticamente in tutto il Nord, cedere una parte dei loro
stessi consensi allo tsunami medesimo.
Ne’ può essere, evidentemente, di consolazione, il fatto dell’ obiettiva
tenuta nelle regioni meridionali, né il risultato raggiunto in termini di
seggi né di voti complessivi di secco raddoppio rispetto alle elezioni
precedenti che, ovviamente, sotto questo profilo, debbono essere considerate
le scorse regionali, del 2000.
Il problema ora è il che fare: ed è un problema innanzitutto della
coalizione e soprattutto del suo leader: sbaglia chi ritiene di poterlo
semplicisticamente risolvere con un mero spostamento di campo, alla guisa di
condottieri costretti a seguire le truppe già sfuggite in una direzione non
prevista, ma al tempo stesso sbaglia chi ritiene che la coalizione possa
continuare il suo percorso come se nulla fosse senza un’ evidente e vistosa
correzione di rotta nonché evidente riequilibrio al proprio interno.
Quello che ci pare evidente è che queste elezioni segnino la fine
irreversibile dell’ assetto bipolare come lo abbiamo conosciuto in questi
anni ed è destinato ad uscire con vantaggio da questa situazione chi per
primo riuscirà a rendersi conto di tale realtà e tenterà di offrire una
risposta capace di guidare il sistema politico italiano verso un nuovo
assetto e nuove regole del gioco.
Roma, 5 aprile 2005
Gianni De Michelis |